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Paolo Spezzi, Mental Coach:”É una persona che parlando con l’atleta ascolta, accoglie e cerca di capire”

Oggi incontro Paolo Spezzi, giocatore di tennis dall’età di 10 anni, ha svolto l’attività giovanile regionale e nazionale. Lavora ininterrottamente presso il T C Parioli dal 1986 ad oggi.

Diplomato maestro nazionale FIT nel 1986, diplomato tecnico nazionale FIT nel 2006, diplomato professional coach alla Scuola italiana Life e corporale Coaching nel 2014.  Frequenza all’attività formativa finanziata della regione Lazio denominata “Corporate Coaching, sviluppo, innovazione, benessere”.

Attraverso questa intervista ci introdurrà alla figura del Mental Coach, cosa rappresenta e che ruolo ha nel mondo dello sport.

Paolo, cosa è un Mental Coach?

Questa è una bella domanda, perché secondo me ancora non si è capito bene cosa è realmente un Mental Coach; non solo chi è, ma cosa fa, quali sono i suoi studi, c’è molta confusione al riguardo. Posso spiegare come corrisponda ad una figura relativamente nuova: possiamo identificare il primo a coprire questo ruolo, ufficialmente riconosciuto come ‘Mental Coach’, in Coleman Griffith, un professore americano che faceva il tennista e allenatore di tennis. Ecco dunque che appare evidente la prima connessione con il mondo dello sport, il Mental Coach è fondamentalmente un allenatore, come dice la parola stessa “coach”. Questa è la differenza principale con la figura che da tantissimi anni collabora con le strutture sportive, quella dello psicologo dello sport.

Quindi, Paolo, mi sembra di capire che c’è una marcata differenza tra i due ruoli; chi è lo psicologo dello sport e chi è il Mental Coach?

Lo psicologo dello sport è un laureato in psicologia, un professionista con una laurea ben precisa ed un training ben specifico legato alla sua deontologia. Il Mental Coach non è laureato, perché fondamentalmente al momento non esiste un percorso di laurea specifico che porti a questa professione. Ci sono tantissimi Mental Coach che sono anche psicologi, questo per evidenziare ancora una volta che le due figure sono diverse ma possono coesistere e, anzi, trarre beneficio l’una dall’altra. C’è una frazione di professionisti che arrivano a fare i Mental Coach partendo come psicologi, e ci sono altri che arrivano dai più disparati campi professionali; io, per esempio, sono un allenatore sportivo. Secondo me un altro filone molto interessante della professione è quello dei filosofi e sociologi, in pratica di colui che si occupa e studia la persona nel suo intero. Altra fondamentale differenza è nell’approccio al ‘problema’ o almeno alla possibile soluzione di esso: lo psicologo è tendenzialmente un terapeuta, volto dunque a curare qualcosa, anche nel campo della psicologia dello sport ove il fine ultimo è aiutare lo sportivo, il paziente, nelle sue prestazioni. Però lo psicologo, appunto, per deformazione professionale tende alla ‘cura’, dunque lascia intendere che ci sia qualcosa di malato o sbagliato da cambiare, e da precise guidelines al paziente da seguire. Il Mental Coach invece non è un consulente che ti dice cosa devi fare.

Interessante distinzione, Paolo. Però sorge nuovamente la domanda: se è diverso dallo psicologo, se non è un consulente…chi è il Mental Coach?

È una persona che parlando con l’atleta ascolta, accoglie e cerca di capire il più possibile quale sia il problema di questa persona. C’è chi entra materialmente nelle cose tattiche e tecniche della partita e c’è chi ti parla del suo rapporto con l’allenatore. Non è la stessa cosa. C’è chi ti parla del rapporto con i propri genitori, oppure c’è il genitore che ti chiede di fare da tramite, di modo che il figlio capisca le ragioni dietro le sue decisioni sportive sul suo conto. Questo è il classico esempio che mette in confusione la figura del Mental Coach: a parer mio,  non deve parlare con il figlio per fargli fare ciò che dice il padre, ma deve parlare con il padre affinché riesca a trovare lui stesso il sistema per parlare con il figlio. Da questo punto di vista c’è una situazione che arriva in quel momento, quindi il Mental Coach non si preoccupa del perché un giocatore ha paura mentre gioca a calcio, non va indietro nel tempo a capire cosa è successo. Ma parte dal momento preciso e da dove il suo cliente vuole arrivare. La funzione classica del Mental Coach è quella di creare degli step di allenamento per cui nel tempo piano piano si avvicina all’obiettivo desiderato. Quindi è un allenatore, non ci sono regole fisse. Un po’ come nel calcio, non è sempre detto che un allenatore che ha fatto bene in una squadra poi riesca a fare altrettanto bene in un’altra, allo stesso modo quando si toccano temi più delicati e personali non è detto che un Mental Coach che ha avuto successo nell’aiutare un determinato atleta necessariamente sia la scelta giusta per un altro. Anzi, probabilmente la differenza è ancora più marcata, perche il tipo di allenamento è diverso e richiede un rapporto più intimo. La figura è questo , un supporto che, a mio parere, in futuro diventerà popolare ed essenziale tanto quanto quella del preparatore atletico, sarà una figura integrante sotto all’allenatore.

Il Mental Coach è una figura che aiuta tutti i processi mentali.