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Katia Serra
Intervista

Katia Serra “Ho perso il conto di quante volte gli uomini mi vedono leggere la gazzetta e mi guardano stupiti”.

Quattro chiacchere con Katia Serra, ex calciatrice e Responsabile settore femminile Assocalciatori

Quando tu hai iniziato a giocare, quante donne praticavano questo sport?

Ufficialmente ho iniziato nell’86, in tutta Italia erano pochissime che lo facevano. Ero una bambina di 13 anni ed ho iniziato subito i serie b con gli adulti in prima squadra. Non esistevano i settori giovanili femminili, ed era anche vietato giocare con impari età. La regola che permette a bambini e bambine di giocare insieme è degli anni duemila, a quei tempi era impedito.

Hai visto dei progressi in questi anni per queste problematiche inerenti a ragazze adolescenti che si vogliono avvicinare al calcio femminile?

Per fortuna si, perché il percorso che ho vissuto io non lo auguro a nessuno. Non è stato l’ideale, trovarsi piccola in uno spogliatoio di adulte. Ora c’è l’attività mista o squadre giovanili prettamente femminili. Sta crescendo il settore, oggi una bambina ha l’opportunità di giocare con le coetanee, anche se il territorio italiano è molto diversificato. A seconda della regione cambiano le difficoltà.

Tu sei stata la prima e l’unica donna a diplomarsi con 110 e lode al corso federale per direttore sportivo con indirizzo tecnico, cosa ha suscitato la presenza femminile in quella sede?

Sono stata la prima donna in tante cose legate al mondo del calcio. Inizialmente l’impatto è di diffidenza di chi sta con te. Poi con il passare delle giornate e delle ore passate insieme questa diffidenza si azzera perché i compagni capiscono che sei una di loro e hai le stesse conoscenze e competenze nel settore. La diffidenza nasce dalla disabitudine in Italia di vedere donne in questo mondo, ma poi svanisce se tu donna dimostri di essere all’altezza della situazione.

Vista la tua esperienza, gli uomini evitano l’argomento calcio con te?

Io noto due situazioni contrastanti. Tanti uomini che lo vivono come un confronto tra colleghi senza entrare nel problema del genere. Altri invece il confronto con una donna lo vivono come un conflitto, come una situazione che li disturba e di conseguenza fanno fatica ad accettare la parità, sono più restii. Però non voglio generalizzare perché dipende dall’uomo che hai davanti.L’uomo che apprezza la donna è anche stimolato a confrontarsi con me, perché ho un punto di vista femminile diverso dal suo me lo arricchisce. Invece l’uomo che è poco propenso alla parità delle donne lo vive come un problema. Quindi non diventa più un arricchimento ma prende le distanze perché entra in conflitto con se stesso.

Tu commenti il calcio maschile, come ti trovi?

A me piace da morire, primo perché mi fa tornare alle mie origini. Quando il lunedì mattina a scuola tenevo banco in classe commentando la domenica calcistica. E’ stato cosi anche all’università. Per me era naturale farlo e naturale anche che i miei compagni venissero dietro a me. Ho la consapevolezza che è un ruolo che non è ancora ben radicato. Puoi trovare gente che ti stima tantissimo ed altri che ti temono. A me questo mi disturba perché non c’è nulla da temere, bisogna solo dare l’opportunità di chi è in grado di andare avanti. A volte il territorio maschile è difficile da condividere perché hanno paura di perdere il loro spazio.

Quando dici un no ad una uscita per guardare il calcio, sono stupiti?

Guarda ho perso il conto di quante volte gli uomini mi vedono leggere la gazzetta dello sport e mi guardano stupiti. Hanno ancora difficoltà a guardarla con normalità.